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Capitolo 2

Da Domani

16 giugno 2023Data narrativa: 17 marzo 2023

Jay arriva in un quartiere che non riconosce e incontra Alba, la prima persona del futuro a fermarsi davanti a lui.

Cover di Da Domani

Da Domani

Dopo aver camminato per un tempo che non saprei misurare, arrivai in quello che sembrava un piccolo quartiere periferico di una grande città.

All’inizio pensai di essere solo confuso. L’incidente mi aveva lasciato stordito, sanguinante, forse incapace di ragionare con lucidità. Ma più guardavo ciò che avevo intorno, più diventava difficile credere che fosse solo colpa del colpo alla testa.

Gli edifici erano diversi. Le vetrine sembravano più grandi, più luminose. I cartelli stradali avevano forme e colori che non riconoscevo. Le automobili scorrevano lungo la strada con linee morbide, lucide, quasi irreali. Perfino gli abiti delle persone mi sembravano fuori posto, come costumi venuti da una rappresentazione teatrale che nessuno mi aveva spiegato.

Tutto era troppo vivido.

I colori, i profumi, i rumori. Ogni cosa sembrava gridare una modernità che non apparteneva alla mia epoca.

Mi fermai in mezzo al marciapiede, incapace di muovermi. Il cuore batteva più veloce del dovuto. Il sudore, mescolato al sangue, mi scendeva dalla fronte senza che me ne accorgessi. Non riuscivo a capire se stessi osservando un luogo reale o una visione generata dalla paura.

Poi qualcuno mi toccò una spalla.

Mi voltai di scatto.

Davanti a me c’era una ragazza. Aveva uno sguardo curioso, forse preoccupato, forse solo sorpreso dal modo in cui ero vestito e dalle condizioni del mio viso.

«Tutto bene?»

La sua voce mi riportò per un attimo al presente.

«Sì, madame. Non faccia caso a me, sono solo di passaggio.»

Lei aggrottò la fronte.

«Mi hai chiamata madame?»

«Sì, madame.»

La ragazza mi osservò meglio. Non sembrava convinta.

«Okay… comunque sembri messo male. Sicuro di stare bene?»

Provai a spiegarle dell’incidente, dell’auto, dell’albero, del fatto che avrei raggiunto l’ospedale più vicino a piedi se solo mi avesse indicato la direzione. Le parole, però, uscivano da me come se appartenessero a un altro tempo, e forse era proprio così.

Lei mi interruppe.

«Chiamami Alba. Solo Alba.»

Fu così che conobbi Alba.

Il suo nome mi rimase addosso prima ancora di capire perché.

Quando le raccontai di aver avuto un incidente, lei si allarmò. Disse che avrebbe chiamato un’ambulanza. Io pensai che dovesse tornare a casa per usare il telefono, ma lei infilò una mano in tasca, tirò fuori una piccola scatola e se la portò all’orecchio.

Rimasi immobile.

La osservai parlare con quella scatola come se dall’altra parte ci fosse davvero qualcuno.

In quel momento non sapevo se fosse lei a essere folle o se fossi io ad aver perso il contatto con la realtà. Alba spiegò che c’era un uomo ferito, confuso, vestito in modo strano, convinto di poter raggiungere l’ospedale a piedi.

Io ero quell’uomo.

E non mi piacque sentirlo dire.

Le chiesi se mi considerasse strano. Lei provò a negarlo, poi si contraddisse, poi mi disse di calmarmi e aspettare l’ambulanza con lei.

Ma io non volevo restare fermo.

Non volevo essere osservato come un reperto, né farmi portare via da uomini in camice dentro un mondo che non capivo. Le dissi che, anche se il mio corpo non era nelle migliori condizioni, la mia mente era limpida.

Poi me ne andai.

Lasciai Alba lì, con la sua scatola da tasca e il suono lontano delle sirene che si avvicinavano.

Mentre camminavo, però, capii che qualcosa dentro di me era cambiato.

Fino a quel momento avevo pensato di dover trovare una strada per tornare a casa. Dopo quell’incontro, iniziai a sospettare che il problema fosse molto più grande.

Forse non ero finito in un altro luogo.

Forse ero finito in un altro tempo.

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