Capitolo 3
Sentoleiche
Jay scopre di essere nel 2023, trova rifugio in Alba e poi fugge nel bosco quando anche quel legame si spezza.

Sentoleiche
Dopo il primo incontro con Alba, iniziai a capire che il mondo attorno a me non mi apparteneva più.
Mi ero allontanato da lei e dal suono delle sirene dell’ambulanza con la convinzione di poter trovare una spiegazione da solo. Non volevo essere aiutato, non volevo essere interrogato, non volevo che qualcuno decidesse al posto mio cosa fare di quell’uomo ferito comparso dal nulla.
Camminai finché mi ritrovai davanti a un’edicola.
I giornali erano esposti in fila, ordinati, pieni di nomi e immagini che non riconoscevo. Ne presi uno quasi per istinto, come se la carta stampata potesse restituirmi un punto fermo. Poi lessi la data.
17 marzo 2023.
Rimasi senza fiato.
2023?
Provai a convincermi che ci fosse un errore. Una burla. Un’allucinazione. Forse l’incidente mi aveva lasciato in coma e tutto ciò che vedevo era soltanto il prodotto di una mente ferita. Ma l’interferenza alla radio, la pianura, l’auto contro l’albero, la scatola di Alba capace di chiamare aiuto… ogni dettaglio sembrava indicare un’altra possibilità.
La più assurda.
Avevo attraversato quasi settant’anni.
Il giornalaio mi riportò bruscamente alla realtà chiedendomi di pagare. Gli porsi delle lire. Lui mi guardò come si guarda un uomo fuori posto, o fuori tempo, e mi disse che non eravamo negli anni Cinquanta.
Voleva euro.
Non capivo quella parola, ma ormai non avevo più bisogno di capirla per sapere che era tutto vero.
Tornai indietro sperando che Alba fosse ancora dove l’avevo lasciata.
Per fortuna era lì. Stava parlando con uno dei medici dell’ambulanza, tentando di spiegare la mia improvvisa sparizione. Quando le comparvi alle spalle, si spaventò. Io mi scusai e le chiesi solo di ascoltarmi.
Le dissi la verità.
Che prima dell’incidente per me era il 17 marzo 1954.
Che avevo in tasca mille lire e i miei documenti.
Che mi chiamavo Luigi Jay Colombo.
Che ero nato il 19 aprile 1931.
Che non sapevo dove fossi e, ormai, non ero più sicuro nemmeno dell’anno.
Alba mi guardò come se ogni parola le stesse chiedendo di scegliere tra paura e fiducia.
Poi rispose.
Per lei era il 17 marzo 2023.
Fu in quel momento che smisi di cercare spiegazioni semplici.
Alba mi portò a casa sua. Nei mesi successivi mi accolse, mi aiutò a capire quel tempo impossibile, mi insegnò parole, gesti, abitudini e oggetti che all’inizio mi sembravano magia. Diventammo amici. Poi qualcosa di più.
Per un po’ mi illusi che lei potesse essere la costante del mio viaggio nel futuro.
Mi sbagliavo.
Alla fine dell’estate, Alba mi disse che il nostro rapporto era arrivato alla sua conclusione. Sarebbe partita presto per il Marocco. Disse che non ci saremmo più rivisti.
Non ricordo cosa risposi.
Ricordo solo il bisogno di uscire, di correre, di allontanarmi da quella casa, da quella voce, da quel futuro che mi aveva dato un appiglio solo per strapparmelo via.
Attraversai il quartiere fino al confine. Poi presi il sentiero sterrato. Passai accanto alla mia automobile, ancora ferma contro l’albero come una prova lasciata lì dal tempo. Continuai oltre la campagna, senza una meta precisa, finché gli alberi diventarono più fitti e mi ritrovai dentro un bosco.
Un faggeto senza fine.
Camminai ancora.
Quando mi fermai, l’imbrunire stava scendendo. Non avevo riparo, né cibo, né acqua. Non sapevo più dove mi trovassi.
Per la prima volta da quando ero arrivato nel futuro, non mi sentii soltanto perduto nel tempo.
Mi sentii perduto davvero.